Emanuela Fiorentino, dall'sms
di Renzi alla sfida con Mediaset

Emanuela Fiorentino
dall'sms di Matteo Renzi
alla sfida con Mediaset
di Laura Ripani
Che sia una «giornalista importante» lo ha affermato anche Matteo Renzi ma che per tutti noi del Corriere Adriatico sia anche una persona di famiglia è altrettanto vero. Emanuela Fiorentino, da qualche giorno vicedirettore di Videonews la testata di Mediaset diretta da Claudio Brachino, è infatti diventata giornalista professionista proprio su queste pagine «nel 1988, contratto firmato da Francobaldo Chiocci» racconta sorridendo. “E.fio” come era solita firmare i pezzi «quando ne avevo già scritti troppi in un giorno, con il caporedattore Roberto Sopranzi trovammo questo compromesso» celia, è rimasta quella ragazza mai appagata che si buttava a capofitto sulle notizie di cronaca nera, di giudiziaria «non so per quale strana perversione», che l’hanno vista protagonista al Palazzo di Giustizia di Ancona e, ancor prima, nella redazione di Macerata del nostro giornale. «Ma io sono nata - professionalmente parlando - con Maurizio Verdenelli al Messaggero. In quei locali di Galleria del Commercio che oggi non esistono più» fece il suo ingresso appena maggiorenne, alla vigilia della maturità classica. «Non ricordo bene credo che il primo articolo che mi fu affidato riguardava un evento con, invitati, Ugo Tognazzi ed Edwige Fenech».



Gli esordi
«Passai - aggiunge - poi subito alla nera. Mi occupai di una rapina e tornai trionfante con l’articolo zeppo di titoli distintivi prima di ogni nome: “Il signor Mario Rossi si è visto puntare la pistola” che oggi mi farebbe - e mi fa venire - un mancamento ogni volta che lo trovo...e anche al mio severo capo di allora! Ma è stata una palestra insostituibile quella lì. Mi mandavano a prendere al mare da mio fratello per ricondurmi al giornale. Ero una ragazza e d’estate mi volevo divertire. Non c’erano i cellulari, il capo chiamava casa chiedendo dove fossi finita e io, che non guidavo, venivo prelevata e ricondotta dietro alla macchina per scrivere». In quella tranquilla Macerata che oggi, invece, fa parlare le cronache nazionali. «Ho scritto per Grazia due articoli sulle vicende degli ultimi tempi. Ancora mi piace scrivere, stavo tornando a casa con mia figlia il giorno in cui Traini ha sparato. Ho telefonato a tutte le amiche del liceo come Morena Ermini e Lucia Tancredi alle quali sono legatissima, agli amici di sempre, per farmi spiegare come la città sia cambiata. Non è più “il mio paese”». Al posto giusto, al momento giusto, ancora una volta era “sul pezzo” lei. Una predestinata.



La carriera
«Non so cosa voglia dire la parola carriera, d’imparare non si finisce mai. Certo magari ho qualcosa da insegnare a chi non è mai stato in un giornale ma bisogna sempre misurarsi con qualcos’altro. Con umiltà». E allora raccontiamo. Al Corriere Adriatico realizzò lo scoop del 9 ottobre 1992 «con l’arresto di Edoardo Longarini e la retata per le incompiute. Un buco - si riaprì il giornale a mezzanotte - rifilato al Carlino». Quindi all’Indipendente e al Giornale, redazione di Firenze, dove è diventata il capo in un anno; quindi è passata a Panorama fino a diventare vicedirettore dopo aver seguito «dalle Torri Gemelle al Mostro di Firenze, dagli spettacoli alla politica quando, negli ultimi tempi, ho gestito la redazione romana».

L’equivoco
A proposito, con Renzi cos’è accaduto? «Solo un equivoco! Ho sbagliato a mandare un sms: cercavo il nostro corrispondente dalla Toscana affinché scrivesse un pezzo su di lui che era in ascesa e, invece, l’ho inviato direttamente all’allora sindaco. Ma poi lui “sparò”, durante una direzione nazionale, senza fare il mio nome, che una giornalista importante cercava cose compromettenti su di lui». E come è finita? «Ci siamo stretti la mano, qui a Mediaset, quando è intervenuto a Domenica Live: in quel momento facevo parte della la struttura che si occupava per le nostre reti della par condicio».
Di quanto sia importante l’immagine, poi, Emanuela si è resa conto proprio entrando in Tv. «Per chi come me ha trascorso una vita sulla carta stampata, comanda - sempre e comunque - la notizia. E il senso della notizia mi ha salvato, all’inizio. Sto infatti imparando tanto da questa nuova esperienza, ad esempio che se non ci sono le immagini anche buoni spunti possono non avere futuro senza un adeguato corredo di filmati. Si tratta di un’esperienza totalmente nuova anche per conoscere termini tecnici finora a me sconosciuti. Ho avuto il mio primo battesimo con le macchie (le immagini che scorrono mentre il conduttore o un ospite parlano ndr) ma soprattutto mi sono buttata volentieri in questa avventura perché mi entusiasma cambiare, ci sto prendendo gusto».

Gli obiettivi
Scommettere, infatti, che Emanuela non si fermerà qui è voler “vincere facile”. Potrebbe forse essere lei uno dei primi - e sparuti - direttori donna in Italia. Lei un’apripista per sfondare il tetto di cristallo: «Non dico nulla di nuovo quando affermo che in Italia per una donna andare a dirigere una testata è dura. Si contano sulla punta delle dita e di solito nei cosiddetti “femminili”. Tranne costoro, quelle che si ricordano sono Daniela Hamaui, all’Espresso, Concita De Gregorio all’Unità e la prima, nel 1999, Sandra Bonsanti al Tirreno. Eppure ci sono colleghe bravissime che meriterebbero». Magari è la bellezza, a certi livelli, più un limite che un aiuto. E lei è sempre stata una bella ragazza...«Il punto è che quando una donna va avanti, ci sono sempre sospetti su come ci è riuscita, per un uomo quasi mai. Ma la bellezza è solo un biglietto da visita. Dura a morire, invece, una certa considerazione delle donne, viste come meno affidabili e adatte al comando, la questione è più profonda, culturale». A superare gli stereotipi Emanuela lo insegna a sua figlia, Angelina di 11 anni. Cuore di mamma, della quale è molto fiera.

La maternità
«Sono diventata mamma tardi, a 43 anni. Più o meno la stessa in cui mia madre partorì me. Quando ho scoperto di essere incinta è stato, però, il giorno più bello della mia vita. Certo non è facile portare avanti lavoro e maternità da sola, ma ho cercato di essere più presente possibile anche perché suo padre non vive con noi. È inoltre molto legata alle cugine di Macerata che spesso vengono a trovarci, inoltre ho fatto di tutto perché non subisse traumi. Lei ha bisogno di me e io di lei. L’ho chiamata Angelina in onore di mia madre Mariangela. Sogno peraltro di scrivere un libro - che non leggerà mai nessuno - sul nostro rapporto, sui nostri percorsi opposti e paralleli». Ma è presto per la “e.fio” di mettersi a riposo e diventare scrittrice, la sua storia, sembra ancora tutta da scrivere soprattutto ora che è entrata nel mondo del video. Lei, che da piccola voleva «diventare assistente sociale» e si ritrovò con la penna in mano perché «brava in italiano» a scrivere di omicidi fino a farsi apprezzare da direttori come Arnaldo Giuliani, Francobaldo Chiocci, Carlo Rossella, Maurizio Belpietro che cita spesso insieme all’ultimo, Giorgio Mulé. Lei che «sarà famosa» l’aveva scritto sul volto da quando faceva tardi per l’ultimo “giro di nera”.
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Lunedì 16 Aprile 2018, 13:32 - Ultimo aggiornamento: 16-04-2018 13:32

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