Paola Tittarelli: «Le mie cene del Rof? E
pensare che in cucina ero un mezzo disastro»

Paola Tittarelli: «Le cene
del Rof? E pensare che in
cucina ero un disastro»
di Lucilla Niccolini
Sotto gli ombrelloni bianchi, luminosi nel giardino ombroso sul San Bartolo, esce dal portico reggendo uno dei due manici della tinozza colma di gnocchi fumanti. Dall’altro lato, la cameriera le tiene dietro a stento nel collocare il pentolone sulla tavolata imbandita. Paola posa lo strofinaccio con cui ha protetto la mano, si aggiusta gli occhiali a farfalla tempestati di Swarovski e impugna il mestolo. 

Il sorriso celato
Il sorriso, celato finora nell’espressione compunta da padrona di casa, torna a risplendere, mentre scodella cucchiaiate di gnocchi. La collana di enormi anelli satinati, che brillano sotto le luci del patio, non compete con lo scintillio degli occhi mentre con maestria ammannisce la pietanza, e assicura i commensali che quella l’ha fatta proprio lei. «Quando do una cena per il Rossini Opera Festival, non vado neanche al mare, per cucinare. Per me è un atto d’amore, ripagato dai tanti personaggi interessantissimi conosciuti negli anni alle mie feste del dopo-teatro: celebri cantanti lirici, grandissimi direttori e registi».

All’inizio fu un disastro
E pensare che all’inizio in cucina era un disastro. «È cominciato tutto a una gara dai Mochi, una sera. Ero molto giovane. In coppia con un’amica di Roma, arrivai ultima, tra gli insulti di tutti, con una pizza alla Campofranco che venne piatta come una piadina. Persino prosciutto e fichi era un disastro, e il dolce si disfece sul piatto. Ci fischiarono, l’amica si mise a piangere, io non ho mai riso tanto. Poi, quando con Rolando vivevamo in Sardegna, ho studiato. Ma non seguo più le ricette, invento molto. E quel che preparo piace. Il fratello dell’Aga Khan, che mi portò a cena Pier Luigi Pizzi, mi propose di andare a cucinare per lui. Gli arabi sono proprio strani...».
L’allegria, a Paola Pierangeli, gliel’ha trasmessa la madre. «L’ultimo bel ricordo che ho di lei è una risata. Aveva 99 anni». Il sorriso dalla madre, dal padre l’intelligenza. «Ancora oggi, quando devo prendere una decisione, mi chiedo cosa farebbe papà. Un vero imprenditore, un ateo di costumi severissimi, peggio di un gesuita. Una volta ha licenziato un suo direttore perché aveva l’amante». Severo con le tre figlie, Paola, Milena e Luciana, «non tollerava che tornassimo a casa dopo le otto di sera. Io protestavo, mi ribellavo. Ma come? Non era un comunista?».

Il contrario del nonno direttore
Tutto il contrario di nonno Stefano, direttore d’orchestra al Colòn di Buenos Aires, che ha trasmesso al figlio la passione per la musica. «Mi svegliavo ogni mattina sulle note di “Cortigiani, vil razza dannata” che papà ascoltava e cantava facendosi la barba. Così odiavo le arie d’opera, però mi sono rimaste nell’orecchio». Il teatro ce l’aveva nel sangue. 

Da bambina cantavo e ballavo
«Da bambina cantavo e ballavo davanti alle sorelle, alle amiche: mi piaceva che mi applaudissero. Mi piaceva piacere. Ero un po’ civetta. L’ho fatto all’inizio anche con Rolando. A Bologna, studiavo Giurisprudenza, mi vedeva passeggiare per via Rizzoli col mio tailleur. Lui era già laureato, si stava specializzando. Una volta mi raccolse l’ombrello che mi era caduto. Mi guardò e mi disse che avrebbe voluto che qualcuno ci presentasse. Poi, una notte alle due, mi chiamò in collegio. Per fortuna fui l’unica a sentire lo squillo sul corridoio. Mi tenne al telefono, e non era un parlatore, fino alle sei, ripetendomi che mi avrebbe sempre protetto e amato. Bellissime cose. Da quel momento ho capito che mi potevo fidare». Si ravvia i capelli corti e gonfi, allarga le braccia nella giacca blu, scopre la blusa azzurra plissettata e pare di vederla giovanetta che ascolta attenta le parole del giovane Rolando. Sulle labbra, quello stesso guizzo dove l’ironia si stempera nell’ingenuità. 

La premura che conquista
«Di lui, mi ha conquistato la premura, l’attenzione. Io gli piacevo, diceva, perché ero l’unica donna che non l’annoiava. A me piaceva tutto quello che facevamo insieme. Il suo unico difetto? Ha sempre dato ragione ai figli. E ancora oggi, sono loro a rimproverarmi, come fossi io la figlia, e loro i genitori. Ma io non ho la vocazione a comandare, né la stoffa dell’imprenditrice, che ha ereditato mia sorella Milena. Quando è morto mio padre, mi fu affidata la presidenza della Pica, perché ero la maggiore d’età. Mi resi subito conto che non avrei mai potuto guidare un’azienda e lasciai perdere». Però, con la sua intraprendenza ha conquistato gli amici stranieri del Rof. «A loro piace tutto dell’Italia. Sono entusiasti del modo che abbiamo di ricevere in casa, amano l’ospitalità mediterranea, ci trovano accoglienti, perché cerchiamo di parlare la loro lingua… Fosse vero con tutti!».

La caffettiera sul fornello
Posa la caffettiera sul fornello, nella cucina affacciata su piazza del Papa. Si siede alla tavola quadrata, sullo sfondo degli scaffali pieni di calici colorati, e continua: «Rolando mi diceva sempre che di me gli piaceva l’adattabilità: ovunque abbiamo abitato, da Roma alla Sardegna, a Pisa, fino qui ad Ancona, ho sempre fatto amicizia con tutti. Credo che avesse ragione lui: mi è facile entrare in sintonia con le persone. È un dono, e mi ha aiutato molto nella vita».
Con lo charme si nasce, nessuno te lo può dare. «Ma da giovane non mi pareva di averne. Adesso, mi stupisco ancora, alla mia età, che tanti mi cerchino, mi chiamino, si divertano a quel che dico... Forse perché non mi prendo mai davvero sul serio. L’età porta con sé questo di bello: che non devi più dimostrare niente a nessuno». L’arditezza delle sue collane prorompenti, la fantasia dei diecimila occhiali in tinta coi vestiti, l’impertinenza di borsette dalle forme pazze, a colori vivaci, e poi le scarpe... Signora Paola, l’eleganza cos’è? «Portare qualunque abito con disinvoltura, come faceva Greta Garbo. Se ti vesti con l’idea di mostrarlo, hai già perso. E l’autoironia: la vita è un gioco». 

Il rapporto con gli uomini
Anche nel rapporto con gli uomini? «Lo ripeto a non finire alle mie nipoti: a un uomo non fate capire subito che vi interessa, siate ritrose. In fondo sono rimasta una ragazza d’una volta». Ride divertita. «Sì, mi piace scherzare, ma ho anche momenti di profonda tristezza. Mi manca Rolando, mi mancano i suoi abbracci, la sua protezione. Però non mi sentirete mai lamentarmi in pubblico della grandissima nostalgia che ho di lui: il lutto è un fatto privato. Mi sembrerebbe di svilire il mio dolore».
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Domenica 13 Maggio 2018, 16:24 - Ultimo aggiornamento: 13-05-2018 16:24

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