Manovra, gelo della Lega: «Così rischiamo». Conte convoca un nuovo vertice

Gelo della Lega: «Così rischiamo»
Conte convoca un nuovo vertice
di Marco Conti
Sostiene di essere accerchiato, ma soprattutto solo. L'unico a difendere ieri a spada tratta Def, manovra e ad ipotizzare complotti. Un «m'hanno rimasto solo», per dirla alla Vittorio Gassman, che fa di Luigi Di Maio il frontman di una battaglia che in pochi giorni ha visto dileguarsi tutti gli inquilini di palazzo Chigi, e non solo.

LO SBARCO
Sparito il premier Giuseppe Conte che domani tornerà nella sua università di Firenze anche se nel pomeriggio ospiterà a palazzo Chigi vice e ministri per definire meglio le misure annunciate e le coperture. Un'assenza dalla prima linea, quella del premier, che stride non tanto con il ruolo, quanto con l'attesa che «l'avvocato del popolo» possa attuare mediazioni che non siano la somma delle posizioni, ma una sintesi.
Su tutt'altro fronte, che non sia la manovra, è invece contento di impegnarsi il vicepremier Matteo Salvini. Un paio di giorni di affondi contro i commissari Ue, per tornare a parlare di migranti da non far sbarcare, da arrestare o da riportare indietro. Completo silenzio invece - e non solo del ministro dell'Interno ma di tutta la Lega - su Fornero, flat tax, fisco o reddito di cittadinanza. Nè un post, nè un comunicato per sostenere il Def appena varato o l'alleato. Malgrado quest'ultimo paventi il rischio di una crisi di governo qualora la manovra non riesca ad andare in porto. Dai leghisti nemmeno una replica agli ormai quasi ex alleati di Forza Italia che nella convention di Milano, voluta dalla Gelmini, hanno pesantemente attaccato la Lega definendola «complice» di un manovra «vetero-comunista», buona per «lavativi- poltronari» e, dulcis in fundo, «contraria agli interessi della parte del Paese che produce». Ovvero quel Nord che un tempo era centrale negli interessi della Lega. Analogo copione anche oggi quando Salvini incontrerà la leader francese della destra xenofoba ed anti-europea Marine Le Pen.

Inabissato anche il ministro dell'Economia Giovanni Tria che, a dire il vero, non ha mai mostrato particolari entusiasmi per le misure contenute nel Def e, soprattutto, per quel 2,4% che lo ha costretto a smentire le rassicurazioni date a suo tempo ai colleghi di Bruxelles. In silenzio anche un altro inquilino di palazzo Chigi che ha un peso non da poco sulle questioni economiche: il leghista Giancarlo Giorgetti. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio continua però ad avere una fitta rete di contatti, culminati mercoledì nell'incontro con il presidente della Bce Mario Draghi. Giorgetti non è stato mai convinto di quel 2,4% fissato dal governo come rapporto tra deficit e pil, e continua a pensare che la manovra vada cambiata non perché ce lo dice Bruxelles, ma per non far finire sotto le macerie della speculazione prima il nostri sistema bancario e poi il Paese.
Silenzi vari, numerosi e significativi. Dovuti all'attesa per ciò che potrebbe succedere nei prossimi giorni in borsa e sulle aste dei titoli pubblici e, nelle riunioni dove si dovrà definire nel dettaglio una manovra ancora tutta da scrivere ma che promette tensioni tra gli alleati anche sul fronte dei tagli.

Ancora due settimane, quindi. La prima inizia oggi sulla scorta della sostanziale bocciatura del Def da parte della Commissione Ue avvenuta lo scorso venerdì sera. Di Maio sostiene di voler reggere l'eventuale assalto della speculazione anche con uno spread sopra quota 400, ma è concreto il rischio che la richiesta di alti tassi di interesse possa mangiarsi buona parte delle risorse pensate per la manovra. Il fatto che molte delle misure non siano note nel dettaglio e che il Def sia ancora in larga parte incompleto, potrebbero però spingere gli investitori a dare ancora qualche giorno di tempo al ministro dell'Economia che in settimana parteciperà all'assemblea del Fondo monetario.

LA NARRAZIONE
Domani a palazzo Chigi dovrebbe tenersi l'ennesima riunione per definire le misure annunciate e trovare un'intesa sulle coperture. La Lega spinge per offrire maggiori rassicurazioni ai mercati e a Bruxelles e per evitare che le partite iva subiscano una vero e proprio salasso che servirebbe per finanziare riforme più assistenziali. Ancora un paio di settimane di trattative, prima della presentazione della manovra a Bruxelles e alle Camere, ma nel frattempo alla preoccupazione di Confindustria si somma quella dei sindacati che contestano l'assenza di investimenti. Un crescendo che potrebbe cambiare la narrazione che anche ieri ha cercato di offrire Di Maio. Da solo.
 
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Lunedì 8 Ottobre 2018, 07:50 - Ultimo aggiornamento: 08-10-2018 09:45

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